Sandra Buti: Intervento in piazza Ginori il l'11 maggio 06


 

In questa occasione, in cui al centro dell’attenzione è il presente e il futuro della Ginori, e le persone che sono qui vogliono capire qual’è la situazione attuale e quali sono i possibili sbocchi, non è facile interrompere il filo di un discorso che guarda avanti e mettersi a parlare del passato. Se però, in questa occasione, parlare del passato ha un senso, è perché può aiutare a riflettere sul valore che questa fabbrica ha avuto e ha per Sesto Fiorentino, perché Sesto Fiorentino non sarebbe la città che è oggi se non ci fosse stata e se non ci fosse la Ginori. La Ginori ha trasformato l’economia di questa città.
I lavoratori della Ginori hanno contribuito a costruire con il loro impegno civile e le loro lotte una società più giusta, una città più solidale e più democratica. Le porcellane, le maioliche esportate in tutto il mondo, non hanno solo un valore economico, non sono solo merci, sono anche una delle espressioni più importanti del patrimonio culturale di questa città, perché fare ceramica è anche fare cultura, è la capacità di interpretare le tendenze artistiche, i cambiamenti del gusto. Le ceramiche non sono prodotti usa e getta, sono oggetti che mantengono il loro valore nel tempo perché esprimono una qualificata tradizione di lavoro e la cultura di un territorio. Per fabbricare ceramiche o per decorarle occorre sensibilità artistica, capacità tecnica. Salvaguardando i posti di lavoro alla Ginori si difende anche una dimensione del lavoro che ha come elementi basilari la qualità e alti livelli di professionalità. Salvaguardando i posti di lavoro e la fabbrica si salvaguarda l’identità di Sesto Fiorentino di cui la Ginori è parte fondamentale.
I lavoratori della Ginori lottano per difendere i loro posti di lavoro esprimendo anche un forte attaccamento a questa storia e a questa identità, di cui si sentono parte, e di cui tutti noi sestesi dovremmo sentirci parte. E’ il caso di dire, citando una canzone di Fabrizio De Andrè, che nessuno oggi deve sentirsi assolto, tutti dobbiamo sentirci coinvolti.   Se si cercano le origini della Sesto in cui viviamo oggi, le possiamo trovare in momenti dell’800 o del ‘900 in cui la Ginori ha contribuito, direttamente o indirettamente, a produrre cambiamenti radicali. La trasformazione dell’economia di Sesto, che era un paese agricolo fino alla metà dell’800, e che divenne agli inizi del ‘900 uno dei centri minori italiani dove più alto era il tasso di industrializzazione, iniziò dopo l’unità d’Italia, dopo il 1860, quando nella manifattura avvenne una trasformazione del sistema produttivo. Con l’unità territoriale si creò anche un mercato nazionale e l’Italia divenne parte del più ampio mercato europeo e mondiale. Si ebbe insomma un processo molto simile alla “globalizzazione” che stiamo vivendo oggi.

Le aziende italiane, tecnicamente più arretrate di quelle di altri paesi europei, si trovarono ad affrontare una concorrenza molto forte sul piano dei prezzi e talvolta anche sul piano della qualità dei prodotti. La Ginori era stata fino ad allora una manifattura artigianale di grandi dimensioni. Produceva oggetti in porcellana e in maiolica di grande pregio artistico e occupava mediamente cento operai, tutti uomini.

Dopo il 1860 l’allora proprietario della manifattura, Lorenzo Ginori, decise - come qualcuno direbbe oggi - di raccogliere “la sfida del mercato”. Decise di trasformare radicalmente il sistema produttivo, con l’obiettivo di fabbricare in serie grandi quantità di oggetti, mantenendo però alta la qualità del prodotto. Era deciso a gestire la trasformazione ricorrendo anche a livelli molto duri di sfruttamento. Investiva nella trasformazione perché legava il suo prestigio personale a quello della fabbrica. Aveva i mezzi economici per poterlo fare: era un nobile ed aveva estese proprietà terriere a Sesto e in altre parti della Toscana. Allora, per quanto si potessero introdurre in fabbrica innovazioni tecniche, non esistevano macchine che potessero sostituire il lavoro manuale. La produzione in poco più di dieci anni venne triplicata aumentando continuamente la forza lavoro. Furono assunte per la prima volta donne, che venivano pagate circa la metà degli uomini, e bambini a partire dai 9 anni di età che venivano pagati ancora meno delle donne. Questo consentiva ovviamente una notevole riduzione dei costi. Nel 1872 lavoravano a Doccia circa 500 persone, un quarto erano donne. Per dare una dimensione del potere d’acquisto dei salari basta dire che spesso il salario giornaliero di una donna o di un bambino non era sufficiente nemmeno a comprare un chilo di pane. Si lavorava dall’alba al tramonto. Per adattare velocemente i nuovi assunti ai ritmi di lavoro della fabbrica furono emanati regolamenti che punivano duramente qualunque errore: chi compiva errori nello svolgimento del proprio lavoro veniva multato. In casi ritenuti più gravi scattava la sospensione e il licenziamento. La precarietà era assoluta, nel senso che nessuno aveva alcuna garanzia di mantenere il proprio posto di lavoro. Non esistevano norme che limitassero o regolamentassero il licenziamento. Le condizioni di lavoro alla Ginori rispecchiavano quelle più generali dell’industria italiana dell’epoca; anzi in alcuni settori, per esempio nel settore tessile, le condizioni di lavoro erano anche peggiori. Nella Ginori vivevano condizioni di lavoro molto dure soprattutto coloro che svolgevano mansioni scarsamente qualificate. La possibilità di contrarre malattie, la durata della vita stessa erano condizionate dal lavoro che veniva svolto in fabbrica. I lavoratori più qualificati, i pittori in particolare, lavoravano e vivevano in condizioni migliori, avevano livelli di istruzione superiori anche rispetto alla media della popolazione sestese, e avevano un forte orgoglio per il proprio mestiere. Per formare queste figure professionali venne istituita nel 1873 la Scuola di Disegno Industriale, ed anche questo è un elemento che lega il passato con il presente perché la storia di quella scuola continua oggi con le ragazze e i ragazzi che frequentano l’Istituto Statale d’Arte. I lavoratori della Ginori di allora, come quelli di oggi, avevano, ed hanno, molte ragioni per essere orgogliosi del proprio lavoro, perché i pezzi che producevano, e che producono, erano, e sono, apprezzati in tutto il mondo. Nell’800 e agli inizi del ‘900 le maioliche e le porcellane Ginori ottenevano successi in ogni esposizione internazionale in cui venivano presentate ed erano esportate in ogni continente. Anche la Scuola di Disegno ottenne successi e megaglie per la qualità della propria attività didattica in diverse esposizioni internazionali dove si confrontava con le migliori scuole professionali europee. Sesto, che era allora un piccolo paese di provincia, otteneva fama e successi, anche in campo internazionale, grazie alla produzione di ceramiche.

Anche oggi le immagini che più frequentemente in Italia e all’estero vengono associate a quella della nostra città sono immagini di oggetti in ceramica, di vasi, di statue, di serviti da tavola. Nell’800, agli inizi del ‘900 l’orgoglio per il proprio lavoro non alleviava la durezza della vita in fabbrica e fuori, ed anzi furono spesso i lavoratori più qualificati, spesso anche per il loro maggior grado di istruzione, ad acquisire per primi coscienza dei propri diritti. In quel periodo in tutta Italia le durissime condizioni di lavoro e la sempre maggiore diffusione degli ideali democratici e socialisti spinse molti a impegnarsi attivamente per creare condizioni concrete di cambiamento. Si sperava di ottenere migliori condizioni salariali, migliori condizioni di vita, una democrazia vera. Il diritto di voto non era allora universale: subito dopo l’unità d’Italia aveva diritto di voto solo chi aveva un reddito molto alto; verso la fine del secolo il diritto di voto nelle elezioni amministrative fu esteso a tutti coloro che sapevano leggere e scrivere, consentendo anche ad una parte delle classi popolari di partecipare alla vita democratica. Votavano comunque solo gli uomini, le donne non ne avevano diritto. Nacquero così le prime forme di associazione operaia: le società di mutuo soccorso indipendenti da ogni ingerenza padronale, le cooperative di consumo, i circoli, i partiti, in particolare il partito socialista, le organizzazioni sindacali. Sesto è oggi una città ricca di forme associative: le prime forme associative, anche di carattere culturale e ricreativo, si svilupparono proprio in quel periodo per l’impegno di lavoratori della Manifattura Ginori. Le lotte sociali della fine dell’800 e degli inizi del ‘900 consentirono il raggiungimento di migliori condizioni salariali, di migliori condizioni di vita, in un clima molto duro di contrapposizione, anche politica, con la classe padronale. A Sesto questa contrapposizione emerse con forza alle elezioni politiche del 1895, in un momento in cui la Ginori viveva crescenti difficoltà. Si votava allora col sistema maggioritario e per la prima volta nel collegio elettorale per la Camera che comprendeva Sesto un candidato della sinistra, il socialista Giuseppe Pascetti, si contrappose a un esponente della famiglia Ginori, Carlo Ginori che era schierato su posizioni duramente antisocialiste. Durante la campagna elettorale lo scontro sui temi politici si intrecciò con le preoccupazioni sul futuro della manifattura. E fu proprio la fabbrica probabilmente l’argomento principale utilizzato da Carlo Ginori, che riuscì a vincere e ad essere rieletto deputato. In un discorso pronunciato dopo la vittoria elettorale, nel piazzale della manifattura, Carlo Ginori sostenne che la sua famiglia non aveva alcun interesse a mantenere la proprietà della fabbrica, non lo aveva praticamente mai avuto poiché gran parte dei bilanci, da sempre, si erano chiusi in passivo. Non era vero naturalmente. Sostenne anche che insieme ai suoi fratelli aveva più volte discusso della possibilità di trasferire la produzione in un altro luogo, senza precisare dove. Aggiunse anche che il reparto di fabbricazione rappresentava solo una passività per l’azienda e che l’azienda avrebbe avuto interesse ad acquistare piatti bianchi in Boemia e a farli decorare non a Sesto, ma in piccoli laboratori che avrebbero potuto essere appositamente creati nelle principali città dove avveniva la vendita. Ma concluse, nonostante tutto questo, i Ginori avrebbero continuato a mantenere la manifattura a Sesto fino a che avessero sentito la riconoscenza dei lavoratori e della città. In realtà i Ginori erano già in trattative per la vendita della fabbrica. La manifattura viveva momenti difficili non per le ragioni che sosteneva Carlo Ginori, ma perché, in periodo di crisi economica e di conseguente riduzione delle vendite dei serviti da tavola e dei complementi d’arredo, sarebbe stato necessario predisporre, come si direbbe oggi, un nuovo piano industriale puntando maggiormente sulla fabbricazione di prodotti di tipo industriale: gli isolatori elettrici. Ma per farlo occorreva investire in innovazioni tecnologiche e i Ginori non avevano nessuna voglia di investire, preferivano invece intascare percentuali sempre più consistenti di utili. Nel 1896 la manifattura fu venduta al gruppo Richard, una società per azioni che possedeva anche altre aziende di ceramiche, e che non a caso subito dopo l’acquisto sviluppò fortemente la produzione di isolatori elettrici e introdusse innovazioni tecniche soprattutto nel settore della fabbricazione. Carlo Ginori alle successive elezioni del 1897 fu sconfitto da Giuseppe Precetti che fu uno dei primi deputati socialisti eletti nel Parlamento italiano. Nel 1899 i socialisti e repubblicani ottennero per la prima volta la maggioranza in Consiglio Comunale sconfiggendo gli esponenti della nobiltà e della borghesia cittadina che fino ad allora avevano governato il Comune. L’espressione più significativa del cambiamento profondo che stava avvenendo nella società, prima ancora che nella vita politica, fu l’elezione, nel 1906, a sindaco di Sesto di un lavoratore della Manifattura Ginori, Fortunato Bietoletti, di un uomo cioè che era espressione di una classe sociale che solo due decenni prima non aveva neppure il diritto di voto. La Ginori aveva trasformato la struttura economica della città e determinato profondi cambiamenti sociali; i lavoratori contribuirono alla crescita democratica della città e modificarono radicalmente gli equilibrii politici. La storia della Ginori può in fondo essere letta anche come un succedersi di trasformazioni produttive e la storia di Sesto anche come il prodotto sociale di quelle trasformazioni. Ma anche nei momenti più duri, per la Ginori e per la città, nell’800 come negli anni ’50 (quando fu fortissima la solidarietà della città ai lavoratori) la fabbrica è stata sentita come un patrimonio collettivo da difendere. Ed è proprio questa senso di appartenenza ad una storia comune, questa partecipazione attiva, che anche oggi ci viene chiesta, e che dobbiamo dare, ai lavoratori della Ginori per sostenerli nella lotta per la difesa dei loro posti di lavoro e della fabbrica.